top of page

“Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio di’ ch’è rimaso de la gente spenta..” Dante a Serravalle? I suoi legami con i Da Camino.

  • 16 lug 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 19 lug 2025

“I cittadini vanno nutriti di pane nel corpo, e d’arte nell’animo” aveva confessato Gherardo oltrepassando il portone del Castrum di Serravalle: desiderava mostrare all’esule poeta fiorentino come, all’interno di quelle imponenti e grezze mura, si nascondesse un angolo di quiete e armonia.

“Qui a Serravalle si garantisce la sicurezza di chi commercia vivande verso sud, e per questo il castello è una vera e propria fortezza. Ma solo i nostri concittadini sanno cosa davvero custodisca il Castrum al suo interno.” - aveva continuato il signore di Treviso.

In quel momento, alla vista di Dante, si era aperto uno spettacolo paradisiaco: una rigogliosa corte fiorita, incorniciata di rose e protetta da folte fronde ombrose, circondata nelle sue mura interne da un manto di edera verde smeraldo. Fiori di campo impreziosivano il prato con colori squillanti, e imponenti pini marittimi riparavano il pozzo dalla luce solare.

Dante era stato invitato, trascorso ormai un anno dal suo arrivo nella Marca Trevigiana, dal signore di Treviso Gherardo Da Camino, ad un banchetto preparato in suo onore nel castello di Serravalle. Il poeta, peregrino senza pace, si trovava ospite della nobile famiglia dopo esser stato bandito dalla natia Firenze, accusato di corruzione e condannato all’esilio.

In quel convivio, tra prelibate pietanze e manicaretti scelti, non mancava il pane, che Gherardo garantiva quotidianamente ai suoi cittadini grazie alla solida protezione del Castrum. Quel pane, che il poeta fiorentino aveva inizialmente reputato troppo salato, ora sembrava perfettamente bilanciato al gusto di Dante.

Forse perché, pensava il poeta, non era solo il sale a insaporirlo, ma l’attenzione e la cura per il nutrimento dell’anima. In ogni banchetto, in ogni festa di corte, Gherardo si premurava di invitare pittori di zona, artigiani, professori e letterati. Ogni convitto era occasione per circondare sé stesso e la sua corte di bellezza.

Non era semplice ostentazione: era la sua maniera di educare il popolo, disseminando bellezza dove poteva, affinché tutti ne avessero accesso.

Ed era proprio per quel motivo che, in fondo, Dante non si era mai sentito troppo lontano da casa: perché l’ospitalità dei Da Camino era generosa, e sempre pronta a nutrire tanto il corpo quanto lo spirito. Ed era stato forse durante quel banchetto, mentre il vino scorreva lieve nei calici e la poesia tornava a intrecciarsi con il pane, che Gherardo — il signore umile e saggio — accennò con un sorriso alla figlia:

“Io non ho l’arte del poetare, messer Dante… ma vi prometto che mia figlia saprà tenervi degna compagnia.”

E il poeta, vedendo la delicata figura della giovane, dai dorati capelli che le incorniciavano l’angelico incarnato, si era rivolto a lei con l’epiteto con cui ancor oggi è ricordata:

“Gaia donzella, vi invito a farmi dono dei vostri versi, affinché io possa portarne l’eco con me, come balsamo nei giorni d’esilio.”



Commenti


bottom of page