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Sofia di Colfosco, una Da Camino contro Barbarossa: tra storia e leggenda del Castrum di Serravalle

  • 12 lug 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 24 lug 2025


L’avevano chiamata contessa, nominata Matrona del Castrum, fatta moglie di un suo lontano cugino… il tutto, senza chiedere il suo consenso. E ora, guardando a quel podere che le era stato dato in dono per quelle assurde nozze mai desiderate, Sofia non sapeva come dar vita alla sua vendetta. Una cosa sapeva: chi fosse. E chi fosse stata: combattente tra le file dell’esercito del padre Valfredo di Colfosco in battaglia a Cassano d’Adda e Bolchignano, lucida sostenitrice del papato, e fedele cristiana. Sofia sapeva che la vendetta non poteva significare ferire a colpi di spada, come si faceva in battaglia: per chi l’aveva costretta e legata a quel matrimonio, per chi l’aveva imprigionata dentro quelle spesse mura battute dal vento la punizione sarebbe giunta lentamente.

Guardando quel meraviglioso giardino che le stava di fronte, le torri, e la vasta corte del castello, Sofia aveva intuito quanto fosse più caro per il suo sposo: quei beni materiali. E da lì sapeva sarebbe dovuta partire per rivendicare la propria identità.  E così, come novella matrona del Castrum di Serravalle, la contessa di Colfosco, Zumelle e Porcia aveva deciso. Tutto, alla sua morte, sarebbe stato donato alla Chiesa, così come, poco prima il castello di Serravalle era stato dono per lei. Alla Chiesa che lottava contro un imperatore barbaro, Federico, che per Sofia era stata conforto e riparo dai mali del mondo, la contessa voleva cedere i suoi averi per assicurarsi un posto in paradiso. Ma soprattutto, quel nobile gesto sarebbe stato un colpo inferto alle spalle del marito, Guecellone II, che tra le fila degli eserciti di Federico Barbarossa combatteva contro il papato.

Fatta segretamente la donazione di tutte le Chiese sotto la sua giurisdizione all’abate di Follina, il cui ordine si era insediato lì proprio grazie all’intercessione della donna, e assicuratasi, attraverso un testamento, che i suoi castelli venissero ceduti ai vescovi di Ceneda e Belluno, Sofia si era sentita più leggera. Nulla la legava al mondo della materia, nulla avrebbe reso greve il suo passaggio di gloria verso le braccia del Salvatore. Altro non le rimaneva che incamminarsi verso la Sorella Morte, sola e lontana da quel marito che tanto detestava.

Ed era stato poco prima dell’alba, in una ventosa mattina di febbraio, che, insieme a due ancelle, aveva varcato per l’ultima volta l’arco del Castrum. Voltandosi, aveva lanciato un ultimo sguardo a quel luogo che, nonostante tutto, l’aveva confortata durante quel terribile matrimonio mai desiderato: il roseto che abbelliva il muro di cinta, il torrione che guardava il fiume Meschio, i secolari alberi del giardino … Quei luoghi che le avevano permesso di trovare un po' di serenità lontana dal suo consorte.  Ed era allora che Sofia aveva pensato tra sé che quelle mura, quel giardino, e quelle torri, sarebbero state in grado di regalare un po' di pace, di serenità e conforto a chi fosse stato ospite del Castrum da quel momento in poi …




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